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You gotta give ‘em hope

“Come può un uomo arrivare a privarsi proprio della cosa che lo rende Uomo?”

Roma, 27 ottobre 2013. Il terzo in un anno nella capitale. Un altro ragazzo morto suicida per via della sua omosessualità. Sentiamo al telegiornale o per strada di continue morti, omicidi, suicidi. Inviterei a riflettere un secondo sulla morte, e sul suicidio in modo particolare, sul fatto in sé. Probabilmente, da questo punto di vista, consideriamo la morte una banalità, una realtà scontata, una storia già sentita. No, la morte è distruttiva, sconvolgente; la morte ci invita a pensare.
Provate a riflettere sull’importanza che assume la vita nel momento in cui il mondo ci crolla addosso, quando ci si sente estranei e non si viene accettati: nulla. Nulla ha più importanza. È questo il concetto che l’omofobo non riesce a comprendere. L’omofobo non si rende conto di quanto sia lungo, difficile, pieno di ostacoli e tortuoso il cammino che un gay o una lesbica, un bisessuale o un transessuale compie quando capisce che il mondo attorno a lui è ostile, freddo, chiuso.
Ed è questa l’impressione che hanno i “diversi” del mondo. C’è chi riesce a rialzarsi, perché trova la fede e l’appiglio per rimettersi in piedi negli amici, come nella famiglia; c’è chi rinuncia, perché si sente debole e sfinito, e non vuole più dover subire le torture di un mondo che non lo accetta.
L’irrazionalità delle ragioni di un omofobo, l’infantile stupidità delle sue tesi e il suo odio incomprensibile non sono spiegabili se non attraverso una condizione in cui sono assenti la comprensione di ciò che è – apparentemente – “altro” e l’accettazione di un sentimento amoroso diverso da quello che si identifica con la “normalità”. Anche se parlare di normalità, di fronte a un evento drammatico come quello di Roma, è poco coerente. Un omofobo, per come si comporta ed agisce, non condivide nulla di tutto ciò.
A voi, futuri padri e madri di figli, chiedo: se vostro figlio fosse, ad esempio, gay, o se poteste quantomeno, per assurdo, conoscere il suo orientamento sessuale da un’ecografia, cosa fareste? Abortireste? Lo dareste in affido una volta nato? O lo accettereste perché frutto del vostro amore, qualunque uomo o donna egli diventi? Non vi chiedo di immedesimarci, perché quasi sicuramente non ci riusciremmo; ma volendo farne una metafora, essere gay e non venire accettati è come essere malati, ed essere circondati da dottori che ti negano le cure.
È proprio per questo motivo che bisogna essere solidali. Bisogna cercare di allontanarsi dalla concezione che gli omofobi hanno del diverso, comprenderla profondamente, cercare di capire i reali effetti che il pensiero omofobo ha sulle persone.
“Bisogna dare la speranza”, proprio come diceva Harvey Milk, il primo uomo gay a diventare consigliere comunale della città di San Francisco: a ricoprire una carica politica, una carica pubblica.
La sua fine? È stato freddato dai suoi nemici, a colpi di pistola, sul posto di lavoro. Ma il suo impegno e il suo operato hanno fatto crescere nelle persone il dolore, la rabbia e il distacco verso coloro che cercano ancora inutilmente di dare un senso alla loro insensata e controversa follia.

Nel momento in cui ci renderemo conto, tutti, uomini e donne, e con noi i nostri figli, dei nostri errori, l’indifferenza e il pregiudizio, e riusciremo finalmente a considerarci un’unica realtà che è unita proprio grazie alle sue grandi ma bellissime diversità, comprenderemo che in fondo l’amore è qualcosa che dev’essere riscoperto nella solidarietà e nella speranza, proprio i valori che ci rendono umani.
Quella santa speranza che doniamo e che salva dal baratro i più deboli e che ci rende forti, grandi, uomini e donne veri, consapevoli che le sfaccettature del nostro essere e le nostre diversità sono il nostro più grande dono, e che l’accettazione è la chiave concreta per la nostra più vera e sincera libertà.

Lorenzo Pavone

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