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UN MONDO VIVIBILE PER TUTTI

Parigi fa parlare di nuovo di sé. Non per un nuovo attentato ma per il COP21(Conference of Parties), il summit mondiale sul clima.  Nato nel 1992 col Rio Earth Summit, questo summit riunisce la maggior parte dei paesi del mondo per discutere di cambiamenti climatici, specie in estinzione, desertificazione e adottare delle politiche comuni ai fini di un miglioramento del clima terrestre.

Dodici giorni in cui 190 paesi si sono confrontati. Obiettivo principale mantenere il riscaldamento globale sotto i 2° C, per evitare di incorrere in danni irreversibili. 2°C perché secondo il calcolo degli scienziati entro il 2100 si arriverà a 5° C sopra il livello preindustriale portando disastrosi e irreversibili effetti. Sono molte le associazioni e le parti, come gli stati, che risentiranno di più di questi effetti e spingono per accordi vincolanti e più forti di quelli di Kyoto, finiti nel dimenticatoio o non accettati da molti (Cina, India, USA per citare i grandi).

Ma ci sono molti punti sul quale non c’è un’intesa. Primo il limite sull’innalzamento della temperatura globale. Il 2015 sarà l’anno più caldo della storia, secondo l’Organizzazione Mondiale Meteorologica. Una combinazioni di correnti calde come El Niño e i gas serra hanno portato effetti già visibili: cambiamenti di clima in particolari zone, quali gli Stati Uniti occidentali, che si stanno desertificando e intensificamento del fenomeno di scioglimento dei ghiacciai.

Volendo dare un rapido sguardo a cosa potrebbe succedere seguendo questo trend, se la temperatura aumentasse di soli 2°C rispetto ai livelli preindustriali la Groenlandia si scioglierebbe, facendo aumentare il livello del mare fino a 7 metri (Londra verrebbe sommersa), gli ecosistemi come la tundra canadese verrebbero invasi da animali e piante che li distruggerebbero. Con 3°C l’Amazzonia diventerebbe una savana, l’Artico sarebbe ridotto all’osso, si innescherebbe una reazione a catena inarrestabile.

Per evitare tutto ciò nel documento finale si parla di mantenere il livello ben al di sotto dei 2° C con la speranza di rimanere a 1,5°, così facendo si dovrebbero limitare i danni già causati. Per farlo l’Europa si impegna a diminuire del 40% le emissioni di CO2 e il fatto che sia già in passato riuscita a rispettare il -20% imposto dal protocollo di Kyoto fa bene sperare. Scopo finale è raggiungere il famigerato carbon neutrality, cioè l’azzeramento delle emissioni di gas serra. Gli unici a cui è stato dato un po’ di tempo in più sono i paesi emergenti come Cina e India, che non hanno termini restringenti sulla riduzione di emissioni.

Secondo punto di attrito sull’accordo è stato il tema economico. I paesi più poveri non hanno i fondi per proteggersi dall’innalzamento dei mari, dai disastri ambientali e al contempo sviluppare energie green. Si è parlato di risarcimenti, ma gli stati più sviluppati si sono opposti con tutta la loro forza e si è arrivati ad un nulla di fatto. Le trattative sono state ardue ma alla fine si è arrivati ad un’intesa: 100 miliardi per gli stati più poveri così da permettere di fare il salto verso la green economy, purtroppo questa parte non è nella zone vincolante del trattato ma si spera che si continui sulla linea già tracciata di aiuti economici.

Un accordo imperfetto è sempre meglio di nessun accordo. La temperatura limite non è stata bloccata a 1,5°C e anche i 2°C fissati potrebbero non essere certi. Come spesso accade i paesi più piccoli sono quelli che più ci rimettono, rischiando “in prima linea” il loro territorio. Comunque la si vuole vedere un passo avanti è stato fatto e forse questo trattato pone le basi non ad un cambiamento drastico in questi decenni ma a una vera rivoluzione, realmente fattibile da ora: un mondo vivibile per tutti.

Chiesa Marcello

 

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