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VA BIN PAREJ

Qualche tempo fa, intorno al primo di novembre, mi trovavo in Umbria per visitare quelle terre antiche e le loro bellezze. Ero giunto nel luogo dove alloggiavo, l’incantevole paesino di Pilonico Paterno, a sera inoltrata, quando ormai era già buio, dunque mi recai immediatamente a letto. La mattina successiva, quando mi svegliai, feci una passeggiata nella tenuta, che si trovava poco fuori al centro abitato. Salito sulla cima di una collina, si spalancò di fronte ai miei occhi l’incommensurabile bellezza del paesaggio agreste di quelle  colline e dei vigneti della campagna umbra. Quell’ambiente bucolico rimandò il mio pensiero, per associazione, alla campagna piemontese, così simile a quella, alla sua cultura e, soprattutto, alla sua antica lingua.

Che si stia perdendo l’uso dei dialetti può essere una delle solite “chiacchiere da bar” per quanto riguarda il resto d’Italia, ma è sicuramente vero nel caso della “lenga piemuntèisa” o “lingua piemontese”: considerato che solo mezzo milione circa, di oltre 4 milioni di abitanti del Piemonte, è in grado di esprimersi in questa antica parlata, essa è stata inserita dall’UNESCO nell’Atlante delle lingue del mondo in pericolo.

Girando per le strade di Torino potreste aver udito espressioni come “fuma ch’anduma” (“facciamo che andiamo”), “cum al’è?” (“come va?”) o “va bin parej”, che significa letteralmente “va bene così”. Invece così non va bene per niente: se si avverasse il pericolo riportato dall’associazione, saremmo di fronte ad un’incommensurabile perdita poiché, in quanto patrimonio culturale di una comunità, le lingue sono da proteggere. Il piemontese è la lingua natale dei nostri avi, delle nostre origini, in uso fin dal XII secolo ed ha contato locutori del calibro di Camillo Benso di Cavour e Vittorio Alfieri. Ora tocca a noi provare a salvarla dall’estinzione, perché non possiamo sapere chi saremo se non sappiamo chi eravamo.

 

AL PAIS

O Piemunt, o pais dont i l’hö vivü
ij pi bej ani ed mia pi bela età,
cum ti me smije bel, da pöj che i n’ hö virà
e vist d’autri, sgairand mia giuventü.

Bun o gram, o per güst o per virtü,
dev amé ognün cul dont l’é na,
ma a nuj autri Italian an na völ pa
de sfors a trové e nostr bel pi che el Perü.

E an Italia l’é ver che a sun pi bele
Fiurensa e Ruma, e a l’é pi grand Milan,
e a passo per pi dote tue sorele.

Ti cuntinua, o Türin, cun j’arme an man
a esercitete, sensa mai invidieje,
ch’a l’han da vnì a tua scola j’Italian.

AL PAESE

O Piemonte, o paese dove io ho vissuto

gli anni più belli e la mia più bella età

come tu mi appari bello, dopo che ne ho girati

E visti d’altri, rovinando la mia gioventù

Buono o cativo, o per gusto o per virtù,

ognuno deve amare quello dove è nato,

ma noialtri italiani non dentro (il paese) nati desideriamo

sforzarci di trovare il nostro più bello del Perù.

Ed in Italia è vero che sono più belle

Firenze e Roma, ed è più grande Milano,

ed esse superano per più qualità le tue sorelle.

 

Tu continua, o Torino, con le armi in mano,

ad esercitarti, senza mai invidiare,

che cosa hanno loro, da venire alla tua scuola gli Italiani.

 

 Alberto 3 I

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