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Quello che le donne vogliono”

Anna ha ventisette anni, vive con la sua famiglia a Torino e ha un sogno: vorrebbe essere un uomo. No, non stiamo parlando di manipolazioni genetiche fantascientifiche o preferenza sessuali alternative. Anna, semplicemente, vorrebbe trovare un lavoro: in Italia, più che altrove, se indossi una gonna puoi pure considerarla una mission impossible. Sempre se non sei disposta a togliertela.

Ma Anna non vuole fare la velina, sposare un calciatore, passare le notti in discoteca e le giornate in topless, sperando di finire sulla copertina di qualche rivista di gossip grazie al lavoro di un paparazzo attento e “scattante”. Ha studiato per anni, raggiungendo il massimo dei voti al liceo classico e all’università, per mettersi in gioco nel mondo del lavoro con la carte migliori che potesse avere:  tuttavia, fa parte di quel 60% di donne laureate che, nonostante una brillante carriera scolastica, ancora non riesce a raggiungere i ruoli direttivi. “Donna dirigente, pericolo imminente” verrebbe da dire, senza considerare che un direttore generale in tailleur potrebbe fare comodo, anziché paragonarlo ad un ubriaco al volante.

Anna non vuole essere condannata all’inattività: vuole farsi valere, rendersi indipendente e dimostrare le sue qualità. E, forse, proprio questo spaventa la nostra società, una “repubblica fondata sulle raccomandazioni” eretta da mammoni in giacca e cravatta, che mal sopportano l’idea di farsi mettere i tacchi in testa. Nessun uomo, infatti, accetterebbe di buon grado l’organizzazione di una concorrenza tra sessi, preferendo piuttosto relegarle a quegli ambiti da sempre considerati “da donna”. Probabilmente, in uno scontro alla pari, si sentirebbero senza speranze.

Ma cosa hanno, gli uomini, in più delle donne? Ambizione, affidabilità, efficienza? Non sempre. Sicuramente, dalla loro hanno molti luoghi comuni, e una possibile maternità in meno. È ancora questo il fattore più incisivo di fronte ad un’assunzione al femminile: Anna sarà così costretta a nascondere il fidanzato e il desiderio di diventare mamma in futuro, altrimenti.. “Le faremo sapere”. Alla faccia di tutte le politiche family friendly a favore delle quote rosa, ormai meri argomenti di vendita nel mercato sociale ed elettorale.

Questi sono i risultati di un secolo di lotta femminista contro la discriminazione, in cui donne come Anna hanno affrontato “fatiche” ben più pesanti di quelle di erculea memoria: ce l’avrebbe fatta, Ercole, a scalare la montagna (sociale) sui tacchi? E a reggere il peso di un’intera famiglia, tutto sulle sue spalle? Non bastano i muscoli, per certe cose. E servirebbero anche quelli, per combattere il desiderio di possesso, controllo e autoaffermazione degli uomini, che spesso e volentieri relegano la donna al ruolo di oggetto. Maltrattato, trascurato. Fatto fuori, nel peggiore dei casi: nel nuovo millennio, una donna su cinque ha subito violenze, una morte su tre riguarda un delitto passionale. La vittima? La donna, ovviamente. Una come Anna, una collega, un’amica. Tua figlia.

Tutte donne che, diversamente da quanto cantava Zucchero in una sua famosa canzone, non sono in cerca di guai, ma di diritti, uguaglianza, lavoro. In una parola sola: indipendenza. Così difficile da accettare, per una società autarchicamente androgena come la nostra, ma necessaria. Bisogna dire NO alle discriminazioni una volta per tutte, perché Anna, come milioni di altre donne al mondo, la smetta di sognare di essere un uomo per essere considerata uguale a loro, ma possa sognare di essere felice, orgogliosamente donna. Magari, senza aspettare un altro secolo, per dare loro quello che vogliono. E che dovrebbero avere.

                                                                                                                                                                                                       Andrea Joly

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