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Quelli che filosofare sì

Amore per il sapere, questa è la definizione più comune che viene attribuita al termine filosofia.  Ma cosa vuol dire? La filosofia è uno strumento nelle mani dell’uomo che gli permette di affrontare gli ostacoli del sapere (o le domande della vita, chiamatele come volete) utilizzando un metodo razionale. Un esempio? La nostra società sta diventando sempre più multietnica e multiculturale; provate ora a chiedervi se e in che modo vi riconoscete nella vostra identità nazionale e cosa (o chi) c’è di diverso nella nostra società. Fin qui forse tutto facile ma se aggiungete un ‘perché?’ a entrambe le domande, le risposte non saranno così immediate. Per rispondere è necessario avere un ordine mentale che permetta di trovare un procedimento razionale (un ragionamento appunto). Ed è esattamente quello che ha fatto Valerio Di Lecce, vincitore della selezione d’istituto delle ‘Olimpiadi della Filosofia’, con il saggio che vi proponiamo di seguito.

Nel corso della storia si è creduto, molto spesso, che le inevitabili differenze culturali
e sociali presenti all’interno di uno Stato fossero dovute a contesti di formazione
eterogenei, i quali sono stati considerati la prima causa della diversità dei vari
individui, portati, di conseguenza, a costruire una matrice culturale frammentata.
Infatti, nel tentativo di ovviare il problema di far coesistere più identità culturali
diverse, reputate erroneamente l’anello debole del meccanismo statale, si è cercato di
uniformare il più possibile i cittadini fino a creare un “Noi” in cui il singolo e gli
elementi di unicità del suo “Io” fossero assorbiti da un’unica grande massa.
All’inizio del XVI secolo il filosofo inglese Tommaso Moro scrive il romanzo
“Utopia”, sulla linea di pensiero che condizioni economiche e sociali identiche
portino all’annullamento di contrasti e dunque ad un rapporto con gli altri rispettoso
di tutti. Infatti, la convivenza rispettosa degli abitanti di Utopia è determinata da
attività lavorative, costumi e credenze identiche che non consentono la possibilità di
sviluppare identità diverse, potenzialmente in contrasto tra loro. Tuttavia un’analisi
attenta rivela che sarebbe superficiale credere che la costruzione di una cultura
universale possa soffocare l’affermarsi di ogni singola identità, unica e specifica.
In primo luogo, come sosteneva il filosofo Nietzsche, la tendenza ad inglobare le
specificità dell’”Io” singolo sotto un’unica grande cultura comune a tutti, porta
esclusivamente a reprimere la naturale sfrenatezza dell’”Io” che tenta continuamente
di manifestare la sua unicità. Inoltre, nei primi anni del ‘900, la voce autorevole di
Freud, il padre della psicoanalisi, è arrivata ad affermare che non solo l’uniformità
culturale rappresenti una barriera per l’”Es”, ovvero la parte aggressiva e istintiva
dell’uomo, ma ne limiti addirittura i modi e i termini in cui essa possa manifestarsi,
concetto altamente in contraddizione con la sua natura istintiva.
Pertanto non è possibile concepire un mondo senza differenze e proprio per questo
motivo è necessario raggiungere un compromesso in cui l’”Io” individuale sia
presente e possa integrarsi in un “Noi” comune, mantenendo, però, una salda essenza
personale. In realtà, se è vero che, come sosteneva Kant, ogni uomo ha il diritto di
essere cittadino del mondo in quanto il luogo di nascita non dipende dalla propria
volontà ma è altrettanto provato che l’incontro di tradizioni diverse e valori
geograficamente distanti suscita spesso difficoltà di accettazione, è necessario trovare
una mediazione.
Una possibile soluzione potrebbe trovarsi nel comunitarismo di Charles Taylor, il
quale propone di mantenere nello stesso Stato le specificità fornendo tutela e diritti
mirati a preservare tutte le minoranze, anche se, questa impostazione spinge
all’isolamento piuttosto che all’integrazione. Una seconda possibilità vagliabile
giunge dalla corrente multiculturalista che fonda il suo pensiero su un oggettivo
bisogno di far convivere minoranze senza precludere la possibilità di un dialogo e di
uno scambio valorizzante per entrambe le parti. Tuttavia il percorso più interessante
viene fornito dal filosofo cagliaritano Remo Bodei. Egli, difatti, arriva
condivisibilmente a concludere che l’”Io” specifico possiede soltanto un modo per
integrarsi ad un “Noi” senza rimanere soppresso dalla massificazione, ovvero
prendere coscienza della sua storia e del processo che è arrivato a forgiarlo. Per Bodei
prendere coscienza della propria storia significa andare a individuare quali siano gli
elementi che plasmano il nostro essere al fine di potersi confrontare con l’altro senza
temere di essere privati della propria essenza e, conseguentemente, giungere alla
formazione di un “Noi” che non sopprima le diversità ma che rappresenti comunque
la costruzione di qualcosa di più grande grazie al contributo di ogni formazione dei
singoli.

Valerio Di Lecce – introduzione di Davide Pilati

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