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“Il peso specifico delle cose”

Il 3 dicembre al teatro Colosseo, in occasione del Sottodiciotto Torino Film Festival, i giovani di Torino hanno potuto incontrare una delle voci più autorevoli della cronaca attuale: Roberto Saviano. L’occasione era la presentazione del suo ultimo libro “La paranza dei bambini” e noi, studenti del Liceo Carlo Cattaneo abbiamo partecipato con la classe 4^G e alcuni membri della 3^D, accompagnati dalle professoresse Anna Vendrame e Paola De Cristofaro. Lo scrittore napoletano si è dimostrato subito capace di metterci a nostro agio, aprendo l’incontro ricordando il se stesso di diciotto anni, “pieno di capelli” lisci color mogano, in sella al suo motorino zip: “Me ne andavo in giro con la voglia di conoscere e, soprattutto, di far conoscere.” Durante l’incontro, noi, giovani, abbiamo potuto confrontarci con l’autorevole figura dello scrittore e conoscere, attraverso le sue parole, le storie di alcuni nostri coetanei. Storie simili, ma, allo stesso tempo, diverse; storie di giovani la cui vita prende strade totalmente diverse da quelle a cui siamo abituati noi. L’intervento di Saviano non è rimasto circoscritto al suo ultimo libro: lo scrittore napoletano ha evocato immagini potentissime e ci ha coinvolti in una visione della vita reale che spesso, afferma lui, non viene raccontata per paura della verità. “Viviamo in un universo di valori sbagliati e per quanto noi desideriamo cambiarli: molto spesso il mondo è più forte.” Saviano ci parla di una società omologata che non valorizza i talenti ma che anzi, incentiva sempre di più alla banalità: “Non esiste più possibilità al talento di valere”. “La bellezza”, ci dice, “ è la complessità, la bellezza è l’intelligenza, è il saper raccontare storie e saper far divertire.” Per questo afferma che bisogna conoscere,  conoscersi, bisogna entrare nella profondità delle cose senza rimanere fermi in superficie. Per spiegarci questo concetto è ricorso ad un esempio molto suggestivo: “Quando sentite la parola talebani, non dovete pensare alla religione, dovete pensare, e sapere, che il 90% della produzione mondiale dell’eroina è nelle loro mani.” Ci invita a non fermarci alle apparenze, perché tutto è più difficile e più complesso di quello che sembra. Ci invita a non vedere un pericolo nell’arte, nell’arte del raccontare e di non aver paura dell’appassionarsi alle sue storie. “Quando leggete del male è come una catarsi, vi purificate da tutto ciò che non fareste mai, osservate il dolore senza commetterlo, ma se non siete già inseriti in un contesto di scelte sbagliate, non vi ispirerete mai a quei fatti.” “Sono soddisfatto di non aver deluso me stesso” , dice, “mi ero promesso di non sprecare un attimo, di giocarmela e di provare a essere chi volevo diventare.”  Saviano ha affrontato i problemi di petto, al contrario di chi, oggi, “non vuole vedere”. Ha raccontato dei morti ammazzati che vedeva per strada, quando accorreva con il suo zip. Ha raccontato di come “la morte fa schifo, non c’è nulla di epico o di eroico nel morire. Molto spesso quando arrivavo e la persona stesa a terra non era ancora morta nei suoi occhi vedevo solo vergogna, niente di più”. Ha parlato, pagando un caro prezzo, trascorrendo dieci anni della sua vita “come un fiore, perché quando vivi sotto protezione tu sei al centro e le tua scorta ti sta intorno come i petali, vivi isolato.” Alla domanda “Che cosa desideri?” Roberto risponde: “Libertà.” In un certo senso è riuscito ad apprezzare la solitudine, a gestire il suo tempo, ad apprendere e a leggere: “tu capisci il peso specifico delle cose solo quando le perdi, beh leggere ci permette di capire il valore delle cose prima di perderle…ed è lì il miracolo.” Per questo Saviano ci ha esortati a non smettere mai di conoscere, ad impegnarci per non fermarci alla prima lettura delle cose. Perché solo studiando e imparando possiamo uscire da quell’universo di valori sbagliati, che ci impediscono di andare a fondo e di conoscere la verità.

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