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LA SILENZIOSA GUERRA DELLA MEMORIA

Giorno della Memoria: PRO-NOMINA

Per gentile concessione della prof.ssa Venesio, pubblichiamo i testi della riflessione proposta nel nostro liceo il 26 gennaio.

IO
Io sono io, sempre io. Io mangio, io leggo, io dormo, io cammino, io penso. Invariabilmente io. Forte in ogni occasione. Mai un cedimento, una ruga. Nulla sfugge al controllo del mio io. Sto saldo, come una roccia, al centro di ogni mia esperienza. Tutto ciò che vivo, sperimento, desidero, amo è organizzato dal mio io. So che cosa devo e che cosa voglio, scelgo il meglio per me, sempre. Regno sugli oggetti e su tutto ciò che mi circonda.

TU
E io, chi sono per te? Non sono un oggetto qualsiasi, esposto al tuo dominio, ho pensieri e bisogni solo miei. Io sono il tuo tu. Solo se ti rapporti a me, tu sei tu, il tuo io è davvero il tuo io. Come potresti esistere senza una relazione con me? Le tue parole sarebbero vuoti suoni se non ci fosse un tu a raccoglierle. Non potresti certo rivolgerti alle cose, la relazione con esse è senza reciprocità, è unilaterale, le riconosci ma esse non ti riconoscono. Certo, il rapporto con il tu è difficile, spesso ostile, perchè il tu è esisgente, non accetta sottomissioni, vuole essere.

NOI
E noi? Come dimenticarci! Noi siamo la comunità, il gruppo unito da una ideologia. Noi abbiamo un’identità forte, condividiamo le scelte più importanti, pratichiamo la solidarietà tra di noi. Niente ci può spezzare. L’io e il tu sono troppo limitati, non hanno forza, non sono sufficienti, si chiudono in se stessi, un faccia a faccia opprimente. Noi invece sappiamo chi siamo, in ogni momento e difendiamo il nostro essere così. Il numero è il nostro potere. Il nostro legame non si incrina.

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TU
La vostra solidarietà è complicità, mi spaventa! Nel vostro Noi sparisce la volontà del singolo. Nessuno osa opporsi al volere collettivo, il Noi fagocita ogni volere, dà una falsa sicurezza. Quante sciagure dietro la parola ‘identità’! Il Noi della identità produce fatalmente il ‘Loro’, i nemici, i diversi, gli inferiori, gli esclusi. Voi dite: “Con Loro non abbiamo nulla a che fare, le loro vite non ci riguardano, il loro desideri sono volgari, le loro aspirazioni elementari!” . La vostra presunta solidarietà non esce dai confini del vostro gruppo, è esclusiva ed escludente. É paradossale, ma è una forma di egoismo, sì, di egoismo collettivo!

IO
Ho ragione io, come sempre! Coltivare il proprio io è l’unica occupazione degna di una persona. Io sono il baricentro delle mie scelte, il primo e unico criterio dell’agire. Se io pongo al centro me stesso, allora non commetto errore. Ego, ego e ancora ego!

TU
Vivere non è regnare solitari in una stanza senza porte e senza finestre. Vivere è aprirsi all’altro. E aprirsi vuol dire assumersi la responsabilità dell’altro, rispondere alla sua domanda di vita e di felicità. Chiudersi è morire. Senza l’alimento dell’altro l’io si atrofizza, la sua aspirazione senza limiti lo soffoca. Come un palloncino troppo gonfio che esplode. Proprio così.

NOI
Ma è esattamente questo il nostro atteggiamento! Noi siamo uniti, un solo corpo che pensa e vuole!

TU
Niente affatto! Voi non rispettate la singolarità dell’altro. Le persone sono per voi interscambiabili, non hanno individualità, non hanno volto. Quindi, chi non condivide la vostra identità è un nemico, chi la condivide è un numero, pronto a essere sostituito, se necessario. Ora vi mostrerò quanto dolore procurò la cieca affermazione di sé, di un io o di un gruppo coeso che presume di possedere la verità. Ecco!
“Viktor caro, per quanto mi trovi oltre la linea del fronte e dietro il filo spinato di un ghetto ebraico, sono convinta che questa mia lettera giungerà fino a te. Non riceverò la tua risposta, invece, perché non ci sarò più. Voglio, però, che tu sappia come sono stati i miei ultimi giorni: mi sarà più facile, così, lasciare questa vita. Il 7 di luglio i tedeschi sono entrati in città. Io tornavo dall’ambulatorio, dove avevo visitato alcuni malati; all’improvviso vidi un carro armato e udii una voce: ‘I tedeschi!’. Quella notte ci fu un gran via vai di vicini. Ho preso sonno che era l’alba. Quella stessa mattina i tedeschi mi ricordarono ciò che avevo dimenticato in anni di potere sovietico: sono ebrea. ‘Juden Kaputt!’ gridavano dal camion. Poi me lo ricordarono anche alcuni vicini di casa. La mattina andai in ospedale, il policlinico è stato riaperto, ma io e un altro medico ebreo siamo stati licenziati. Non so cosa sia peggio: la cattiveria o la compassione con la quale di solito si guarda un gattino rognoso a cui resta poco da vivere. Non avrei mai creduto di doverlo provare sulla mia pelle. Dopo qualche giorno ci è stato detto che gli ebrei dovevano lasciare le loro abitazioni e che avevamo diritto a 15 chili di bagaglio. E dunque, Viktor caro, anch’io ho radunato le mie cose, ho detto addio alla casa e al giardino, sono rimasta qualche minuto sotto l’albero, ho preso commiato dai vicini. Non me n’ero ancora andata, che già due donne si litigavano le mie sedie e la mia scrivania.
Come è stato triste, figlio mio, il mio viaggio verso il medioevo del ghetto. Noi camminavamo lungo il selciato e la gente ci guardava dai marciapiedi. Non ho visto sguardi indifferenti, in quella folla, ma occhi curiosi, spietati, talvolta rossi di pianto. Poi, il ghetto. Qui si vive come se avessimo davanti anni e anni, Viktor caro. Non saprei dirti se sia sciocco o intelligente, è semplicemente così. Siamo bestie, destinate al macello. Il nostro turno verrà tra un paio di settimane, così vuole il programma. Eppure, pensa, anche se lo so, continuo a curare i malati. Eppure, malgrado tutto, la gente continua a vivere. Romanovka, tieni a mente questo nome, Viktor caro, ci troverai la fossa comune dove giacerà tua madre.
Ora finisco la lettera, la porto al recinto del ghetto e la consegno al mio amico. E’ il nostro ultimissimo addio, l’ultima riga della mia lettera. Vivi, vivi per sempre”.
Mamma
La mia voce è voce di tutte le donne vittime di guerre che non hanno voluto. Sono il loro pro-nome.

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HURBINEK
Ad Auschwitz mi chiamavano Hurbinek. Ad Auschwitz sono morto, avevo poco più di tre anni. Nessuno sapeva chi fossi, chi fossero i miei genitori, come fossi giunto in quell’inferno, quale fosse il mio nome. Non ho mai imparato a parlare. Non ho mai visto un albero. Le mie gambine erano paralizzate ma i miei occhi saettavano vivi, pieni di richiesta, della volontà di scatenarsi, di rompere la tomba del mutismo.
Hanek, un giovane ungherese, si prendeva cura di me. Mi si sedeva accanto, come ci si siede accanto a una sfinge, sopportava la potenza triste che emanava dal mio sguardo. Hanek mi rassettava le coperte, mi portava da mangiare, mi ripuliva con mani abili, prive di ripugnanza. Poi iniziai ad articolare dei suoni, che nessuno comprendeva, forse stavo pronunciando il mio nome, forse chiedevo cibo, forse erano solo sillabe senza senso. La morte mi ha liberato, di me nulla è restato, neppure il mio nome.
La mia voce è voce di tutti i bambini vittime di guerre che non hanno voluto. Sono il loro pro-nome.

BARBARA RICHTER
Mi chiamo Oskar Rose (Barbara Richter) e sono un sopravvissuto/a al Porrajmos. E’ questo un termine non molto noto che indica una catastrofe, analoga alla Shoah, cioè l’eliminazione dei Rom e dei Sinti in Europa.
Nel 1933, anno in cui Hitler salì al potere, in Germania eravamo circa 25.000. Ben presto fummo definiti appartenenti a una razza degenerata, quindi degni di eliminazione. Fummo internati nei campi di concentramento, sottoposti a esperimenti medici, i bambini usati come cavie, le donne sterilizzate per evitare la proliferazione del popolo zingaro.
La notte del 1 agosto 1944 i 4.500 detenuti del campo zingaro di Auschwitz furono eliminati. Prima di tutto ci fu il divieto di uscire dalle baracche. Poi le SS e i cani poliziotto fecero uscire gli zingari dalle baracche e li fecero allineare. Distribuirono a ciascuno le razioni di pane e i salamini. Una razione per tre giorni. Dissero loro che li portavano in un altro campo e gli Zingari ci credettero. Il blocco degli zingari, sempre così rumoroso, si fece muto e deserto.
Si udiva solo il fruscio dei fili spinati e porte e finestre lasciate aperte che sbattevano di continuo. Sono sopravvissuto. Un caso. Porto ancora il numero Z9805 tatuato sul braccio. La mia voce è voce di tutti i perseguitati perchè ritenuti diversi. Sono il loro pro-nome.

TU
Ecco chi è l’altro. Il suo volto. Quando mi riferisco al volto, non intendo solo il colore degli occhi, la forma del naso, il rossore delle labbra. Questi sono solo puri dati; anche una sedia è fatta di dati. Ma la vera natura del volto, il suo segreto sta altrove: nella domanda che mi rivolge, domanda che è una richiesta di vita, che mi chiede “non uccidermi, rispetta la vita che è in me”.

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A seguire l’articolo sullo spettacolo tenutosi al Cattaneo.

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