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IL 2019-nCoV TRA PAURE E SPERANZE

È passato più di un mese dall’inizio dell’epidemia del nuovo coronavirus, il 2019-nCoV.

A causa dei numerosi pazienti colpiti da polmonite per cause ignote nella città di Wuhan, nella provincia cinese di Hubei, Cina, il 31 dicembre 2019 la Commissione Sanitaria Municipale di Wuhan ha segnalato la situazione all’OMS. Il 9 gennaio 2020, il Centro per la Prevenzione e il Controllo delle Malattie cinese ha riferito che è stato identificato un nuovo coronavirus (2019-nCoV) come agente causale. Da allora, il bilancio delle vittime continua a salire: fin’ora, su 31.000 contagi, si contano circa 650 morti accertate, tra cui Li Wenliang, il medico che per primo lanciò l’allarme. Tuttavia sono riscontrabili anche numeri rassicuranti: più di mille sono i pazienti dimessi dagli ospedali. Importanti aiuti sono stati possibili grazie alla costruzione in tempi record della struttura ospedaliera di Wuhan, consegnata ai medici militari cinesi in soli dieci giorni e capace di ospitare mille pazienti alla volta.

Ma perché si parla di “nuovo coronavirus”? Il 2019-nCoV fa parte della famiglia di Coronaviridae, una tipologia di virus munito di peplomeri, le strutture proteiche che permettono di attaccarsi alle cellule dell’organismo da infettare, a forma di punte, che giustappunto ricordano quelle di una corona. È molto simile alla SARS (“Severe Acute Respiratory Syndrome”, ovvero sindrome acuta respiratoria grave) o alla MERS, che colpirono la Cina rispettivamente nel 2003 e nel 2014, e i sintomi sono congestione nasale, mal di gola, spossatezza e febbre (come nell’influenza) e in casi estremi polmonite.

Le autorità cinesi non hanno atteso troppo per diffondere informazioni riguardo all’agente patogeno, a differenza del caso della SARS, e ciò si è fatto sentire molto nelle ricadute economiche del Paese, il quale, da qualche giorno, chiude la borsa in rosso. Tuttavia questa relativa rapidità ha permesso alla comunità scientifica internazionale di studiare il fenomeno. La South China Agricultural University ha individuato il pangolino, o formichiere squamoso, come ospite intermedio del virus tra pipistrello e uomo. Invece il team di ricercatori dell’ospedale Spallanzani di Roma ha eseguito l’isolamento virale. Le tre ricercatrici, Maria Rosaria Capobianchi, Francesca Colavita e Concetta Castilletti, riuscite nell’impresa dopo soltanto 48 ore dopo l’arrivo della coppia cinese in ospedale, riceveranno, in data 20 febbraio, un encomio solenne dall’Ordine Nazionale dei Biologi per il loro contributo magistrale. Ciò ha permesso di aprire le ricerche per produrre un vaccino. Negli anni passati servivano dai due ai tre anni per essere impiegato su larga scala, dopo una serie di test di accertamento; eppure i tempi potrebbero accorciarsi: la National Institute of Health confida di realizzare un vaccino sperimentale entro la fine dell’anno.

Nel frattempo le misure per ridurre il contagio rimangono: lavarsi spesso le mani; dopo l’utilizzo, gettare il fazzolettino mono-uso… Indossare la mascherina è invece una misura consigliata a chi già avverte i sintomi: non ha molto senso che venga utilizzata da soggetti sani, anche a causa del loro rapidissimo esaurimento.

Per quanto riguarda i nostri 56 connazionali, rimpatriati da Wuhan con un aereo militare il 3 febbraio, si trovano attualmente in quarantena presso la caserma di Cecchignola, Roma. L’unico risultato positivo al contagio è un 29enne, ricercatore negli Stati Uniti, che comunica: “Mi sento tranquillo”. La famiglia, come gli altri suoi compagni, lo supportano.

Intanto si tenta di aiutare tutti quegli italiani bloccati in Cina a causa della sospensione dei voli diretti con l’Italia.

Le contromisure da attivare non riguardano soltanto l’espansione del contagio, ma anche il moltiplicarsi di episodi di razzismo nei confronti dei cinesi. D’altronde,la vera epidemia è l’ignoranza.

Laura, 3^A

 

Dati del 7 febbraio

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