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Cartoni da grandi

Lo stereotipo del cartone infantile ucciso dagli adulti, più numerosi dei bambini, presenti in sala. Si abbassano le luci, dopo gli innumerevoli trailer che precedono il film che hai deciso di vedere e rimani lì, vergognandoti un po’ nel vedere ciò che in teoria, ma solo in teoria, dovrebbe aver sorpassato la tua generazione. Ma davvero negli esserini gialli dei Minions e nei pupazzi nella testa di Inside Out non c’è nulla per i “grandi”?

Sembra impensabile, eppure da un cartone animato traspare il marcio che corrode la società, anche se ovviamente è un marcio opacizzato dalla comicità delle storie, create appositamente per i bambini.

Quanti pargoli si saranno soffermati sul “RE BOB!” e sulla folla che acclama il re? Quanti avranno capito l’attacco al politico medio che si prende il gioco dei cittadini, e quanti quello alla società che preferisce idolatrare una figura, magari del tutto casuale, piuttosto che ascoltare un discorso sensato che non capisce? O meglio, un discorso che forse non è in grado di capire? Sicuramente non un pubblico pensato per un cartone animato.

A prima vista non si direbbe, ma da questi due cartoni, e, se vogliamo dirla tutta, da molti cartoni animati, gocciolano pillole ad alto contenuto di critica, che sanno smuovere gli animi solo di alcuni grandi; non perché i bambini non siano intelligenti, ma perché non sono ancora saliti sulla montagna russa della vita.

La grande ironia dei Minions sta sicuramente nella ricerca del più cattivo in assoluto, del “Cattivissimo lui” che troveranno (anche se poi così cattivo non sembra) e che sarà finalmente il loro padrone, per la gioia di tutti; ma non solo. L’altra grande ironia si vede proprio nei minions stessi, i quali fanno sempre e comunque quello che dice loro un capo. Chiunque esso sia. Più li tiene a bada e meglio è. E in fondo, non è quello che la società ogni tanto tende a fare, per pigrizia o per ignoranza? Cercare un leader che la guidi, e non importa se la direzione è il baratro.

In “Inside Out” invece gli elementi di riflessione sono probabilmente più esposti: l’intero film è basato sulle cosiddette vocine della testa, e fa vedere un ipotetico meccanismo presente nella mente di ogni uomo, capace di regolarne la psiche. Questi mostriciattoli colorati rappresentano uno stato d’animo, una sensazione o un elemento tipico della natura umana e servono per spiegare il comportamento della famiglia di Riley, della ragazza stessa e come vengano gestiti ricordi e memoria.

Naturalmente lo spunto psicologico è più che evidente, dal momento che  tutta la vicenda è basata sui comportamenti umani, in particolare quelli adolescenziali, che spesso gli adulti non si sanno spiegare.

Possiamo quindi ammettere che lo stereotipo del cartone animato sia stato annientato o ci saranno sempre e comunque i genitori benpensanti che ci guarderanno male dalle poltroncine più alte del cinema quando andremo a vedere il prossimo?

 

Claudia De Medio

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